Con questo articolo desidero chiudere la lunga e intensa parentesi dedicata al Salone Internazionale del Libro di Torino. Tra la moltitudine di opere ed espositori, c’era un dettaglio che ha regalato ai miei due volumi una visibilità e una dignità speciali: il leggio artigianale che li ha sorretti per tutta la durata della manifestazione.

All’inizio avrei potuto cedere alla comodità di acquistarne uno economico in plastica per pochi euro. Ma poi mi sono chiesto: perché mai un libro dedicato alla lavorazione manuale del legno non dovrebbe riposare su un supporto fatto con le stesse mani e con la stessa passione?

L’idea iniziale era quella di donarlo agli organizzatori della fiera a fine evento, come piccolo ringraziamento. Ma durante i giorni dello stand il leggio è piaciuto così tanto a un collega autore che, senza esitare, ho deciso di regalarlo a lui. Sapere che oggi continua a fare il suo dovere tra le sue mani è stata la soddisfazione più grande.




La realizzazione tecnica: tra simmetria e precisione manuale
Per la costruzione ho scelto il legno di okumè. Partendo da una tavola piallata e rifilata, ho ricavato i singoli listelli, garantendo una squadratura rigorosa a ciascun elemento.
La vera sfida tecnica è stata la creazione delle due cornici principali — la base e il telaio di supporto — che dovevano risultare perfettamente speculari. In lavorazioni di questo tipo, prevenire anche il minimo errore di fuori squadra è fondamentale per garantire la stabilità dell’oggetto una volta aperto.
Ecco i passaggi chiave della struttura:
Unione dei listelli: I componenti delle cornici sono stati giuntati mediante spine di legno interne e incollati con cura.



Snodi e cerniere: Le due cornici principali sono state collegate tramite cerniere piane, inserite all’interno di appositi scavi incassati a scalpello nel legno.
Il supporto oscillante: Il telaio centrale che regola l’inclinazione ruota liberamente grazie a due perni inseriti nei montanti interni della cornice.


Regolazione e appoggio: Sul supporto inferiore ho realizzato una serie di scanalature parallele che permettono di variare l’inclinazione del libro all’altezza desiderata. Infine, ho sagomato e incollato la basetta frontale su cui poggiano fisicamente i volumi.


Dettagli e finitura: Per completare l’opera e dare stacco dal piano di lavoro, ho applicato quattro piedini a cipolla sulla base. Come finitura ho scelto il calore classico dell’olio di lino cotto seguito da una stesura di cera neutra.
Come da tradizione nel mio laboratorio, l’intera lavorazione è stata eseguita esclusivamente con utensili manuali: seghetti, pialle, scalpelli, raspe e guide di taglio. L’okumè è spesso bistrattato e considerato un legno di bassa qualità. E’ sicuramente vero ma le volte che l’ho impiegato mi ha sempre restituito grandi soddisfazioni. Si pialla e si taglia bene e poi assume quel colore marrone intenso che a me affascina molto. Anche al tatto dopo la levigatura rimane liscio e setoso.


Un bilancio finale
Devo ammettere che un pizzico di nostalgia l’ho provata nel momento di separarmene. Tuttavia, pensare a quel pezzo di okumè che ha preso forma sul mio banco da lavoro e che ora si trova da un’altra parte a sorreggere altre pagine mi riempie di gioia. In fondo, la missione di un bel manufatto in legno è proprio questa: viaggiare nel tempo e nello spazio, sostenendo la cultura ovunque vada.

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